E io ti ho sollevata figlia per vederlo megilo, io che non parto e sto a guardarti finche' rimango sveglio R.Vecchioni - Stranamore Appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte. Nicolás Gómez Dávila Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno N.N. Ho una collezione di conchiglie immensa. La tengo sparsa per le spiagge di tutto il mondo. Steven Wright Mettere in ordine la casa mentre i tuoi figli sono ancora piccoli è come spalare il viale prima che smetta di nevicare. Phyllis Diller Le mie opinioni possono essere cambiate, ma non il fatto che ho ragione Ashleigh Brillant Non voglio raggiungere l'immortalità con il mio lavoro. Voglio arrivarci non morendo Woody Allen Non temere che la fine del mondo arrivi oggi. In Australia è già domani Charles Schultz Prima vennero per i comunisti, e io non dissi nulla perché non ero comunista. Poi vennero per i socialdemocratici io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa. Martin Niemöller I vescovi cubani a Roma, striscione in piazza San Pietro: Dio c'e' guevara Fiorello Baldini - Viva Radio 2 Senti che fuori piove, senti che bel rumore V. Rossi - Sally La Terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidita’ di alcuni. Ghandi Sei cattivo? Mangia le cipolle Gioia "Come... Come ho fatto ad arrivare qui?" "Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarlo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perchè questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un talfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvenimenti o spiegazioni. E' e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell'ambra." "Lei mi ha l'aria di non credere nel libero arbitrio" disse Billy Pilgrim Kurt Vonnegut - Mattatoio N. 5 Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all'indietro da un campo di aviazione in Inghilterra. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero, sempre volando all'indietro, e succhiarono proiettili e schegge da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con alcuni bombardieri americani distrutti, che erano a terra e poi decollarono all'indietro, per unirsi alla formazione. Lo stormo, volando all'indietro, sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono i portelli del vano bombe, esercitarono un miracoloso magnetismo che ridusse gli incendi e li raccolse in recipienti cilindrici d'acciaio, e sollevarono questi recipienti fino a farli sparire nel ventre degli aerei. I contenitori furono sistemati ordinatamente su alcune rastrelliere. Anche i tedeschi, là sotto, avevano degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi d'acciaio. Li usavano per succhiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei. Ma c'erano ancora degli americani feriti, e qualche bombardiere era gravemente danneggiato. Sopra la Francia, però, i caccia tedeschi tornarono ad alzarsi e rimisero tutto a nuovo. Quando i bombardieri tornarono alla base, i cilindri d'acciaio furono tolti dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, dove c'erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellarli, a separarne il pericoloso contenuto e a riportarlo allo stato di minerale. Cosa commovente, erano soprattutto donne a fare questo lavoro. I minerali venivano poi spediti a specialisti in zone remote. Là dovevano rimetterli nel terreno e nasconderli per bene in modo che non potessero mai più fare male a nessuno. Kurt Vonnegut - Mattatoio N. 5 La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci I. Asimov - Salvor Hardin, Foundation Col. Kurtz: Lei e’ un assassino? Cap. Willard: Sono un soldato. Col. Kurtz: Ne’ l' uno ne’ l' altro. Lei e’ un garzone di bottega che e’ stato mandato dal droghiere a incassare i debiti sospesi Apocalypse Now Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi diro’ che, nel vostro senso io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri. don Milani La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza G. Orwell - 1984 Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore Tiziano Terzani La religione non e' verita', la verita' e' religione Ghandi Avete notato che tutti coloro che sono a favore del controllo delle nascite sono gia' nati? Benny Hill E risuona il mio barbarico yawp sui tetti del mondo W. Wytman - Leaves of grass C'è chi sale e c'è chi scende e c'è chi, come me, sta sdraiato in mezzo a una strada N.N Sono rimasto con un pugno di mosche morte in mano Steve I believe in God And I believe that God Believes in Claude Hair - Manchester England England Come ti senti ragazzo? Cattivo e figlio di puttana signore! Apocalypse now Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all'infamia, uomo fino alla dannazione e all'abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda J.L. Borges - Finzioni: Tre versioni di Giuda Poi riflettei che ogni cosa, a ogniuno, accade precisamente, precisamente ora. secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, etutto ciò che arealmete accade, accade a me J.L. Borges - Finzioni: Il giardino dei sentieri che si biforcano Richy: Ho preso 8 nel compito di francese, per questo ho studiato tutta notte Potsy: Io invece sono andato male, ma ho dormito benissimo Happy days Egoista, certo, perchè no, perchè non dovrei esserlo, quando c'ho il mal di stomaco con chi potrei condividerlo? V. Rossi - Cosa succede in città Gli uomini di Bologna sono i più gentili, mordaci e dabbene di tutta Italia, per cui anche avendoli amici, e amici di tutita prova, bisogna permetter loro di dir male e di prendersi beffe di voi, almeno un paio di volte al mese. Senza questo sfogo creperebbero; voi ne perdereste degli amici servizievoli e devoti, ed il mondo degli spiritni allegri e frizzanti. Quanto alle donne sono le più liete e disimpacciate che si possono desiderare.... I. Nievo - Le memorie di un ottuagenario Umano è quello che fannno gli uomini Soprannaturale è quello che fanno i santi No Umano è quello che fai tu Soprannaturale è quello che dovresti fare tu Kyra Bene, voi lo spate quanto me, le ragazze non sono realmente morali. Sa il cielo che noi abbiamo abbastanza nella testa per riuscire ad essere a un tempo queste due difficili cose: pratiche e romantiche. Sono assolutamente certa che non è mai vissuta una sola ragazza in possesso di una vera coscienza. I ragazzi hanno una morale, le ragazze hanno canoni standard. Questa è pressapoco l'unica grande e profonda differenza che esiste fra ragazzi e ragazze. Forse ecco perchè tutte le grandi religioni le hanno inventate i ragazzi, mentre le ragazze, a quanto pare, non sono destinate a inventare altro di più bello delle lettere d'amore e delle liste della spesa! D.Grubb - Le voci di Glory La donna non è una fortezza da espugnare, ma un giardino in cui passeggiare Kyra Ciò che apparente non ha senso è un po' difficile da spiegare, ma forse solo perchè ha ragioni più profonde di ciò che apparentemente il senso ce l'ha M.di Franco - 54 giorni sulla cima del monte bianco Il prossimo sono quelle persone che Dio ha mandato sulla terra per ricordarci che siamo soli Frate indovino Sono cose che si possono perdonare ma non dimenticare Kyra Lontano è ciò che lo è e profondo il profondo chi lo può toccare? Ecclesiaste 7-24 NULLI SE DICIT MULIER MEA NUBERE MALLE QUAM MIHI NON SE JUPITER IPSE PETAT DICIT: SED MULIER CUPIDO QUOD DICIT AMANTI IN VENTO ET RAPIDA SCRIBERE OPORTET AQUA La mia donna dice che preferisce concedere il suo amore a me che a chiunque altro, anche se la richiedesse lo stesso Giove. Dice: ma ciò che una donna dice all'amante impazzito di amore è meglio scriverlo nel vento e nell'acqua che scorre Catullo - Poema 70 Dopo un viaggio lungo e duro sono come una corda sfibrata e logora. Mi siedo e mi intreccio con nuovi fili... restando immobile sogno e ricordo i consigli di mio padre e le parole dei canti e le grida di tutti gli uccelli. Non parlo perchè ogni parola è una fibra che si strappa. Nessuno mi può toccare perchè ogni contatto porta via un pezzo di me. Anche tu devi imparare a fare altrettanto. Impara a stare in silenzio. Tracciati attorno un cerchio e non permettere anassuno di entrarvi M. West - Il navigatore Mi dici di avere pochi amici ma buoni. La dichiarazione, sta pur certo, è per la massa e per i bambini. E' una dichiarazione che vale per tutti quelli che non possono imporsi all'ambiente che li circonda. Per te, uomo valoro, apostolo deciso, la consegna è quest'altra: molti amici e cattivi- uanti umoni "cattivi" devono tornare a Cristo per l'amicizia di un apostolo di Dio J.U. Loidi - Il valore divino dell'umano ...ma lei non capì cosa intendevo e io detesto spiegare una metafora. O mi si capisce oppure no. Non sono mica un'esegeta H. Boll - Opinioni di un clown Quello che sta fuori, a questo mondo ciascuno "sta fuori" rispetto agli altri, trova una cosa sempre peggiore o migliore di quello che ci sta dentro, sia la "cosa" felicitrà o infelicità, pena d'amore o "decadenza artistica" H. Boll - Opinioni di un clown il suo sguardo, al risveglio, è come un uccello che muore all'improvviso in pieno volo e precipita, precipita nell'iimensità delle disperazione H. Boll - Il treno era in orario "Senza di me non potresti più vivere?" "Si" risponde lui, e il suo cuore è così pesante che non ce la fa a ridere, e pensa: ora dovrei aggiungere perchè ti amo, il che sarebbe vero e non vero. Se lo dicessi dovrei baciarla, e sarebbe una menzogna, tutto sarebbe una menzogna, eppure potrei dire in piena coscienza: Ti amo, ma dovrei poi dare una lunga, lunga spiegazione, una spiegazione che non conosco ancora io stesso. Ecco ancora i suoi occhi, molto dolci e amorevoli e felici, il contrario degli occhi che ho tanto desiderato... che tanto desidero... e ancora una volta egli dice, guardando in fondo a quegli occhi: "Senza di te non potrei più vivere" e adesso sorride... H. Boll - Il treno era in orario Io le cose, forse, le vedo troppo oggettivamente in astratto e troppo soggettivamente in concreto Kyra Si può realizzare qualcosa di veramente serio con uomini che hanno paura dell'acqua fredda in una mattina d'inverno? J.U. Loidi - Il valore divino dell'umano ...ma non si è soli quando un altro ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto R. Vecchioni - Ultimo spettacolo Je ne cherche pas. Je trouve N.N. VOCATUS ATQUE NON VOCATUS, DEUS ADERIT Chiamato o no (il) dio sarà presente M.West - Un mondo di vetro Je crie l'amour sur le mur N.N. Io vorrei rivederti per fare l'amore, non sognarti quando il sogno comincia a finire R.Vecchioni - Vorrei Ma anche nel peccato, l'atto dell'amore, compiuto con amore, si adombra della divinità M.West - L'avvocato del diavolo (Noi) trascendiamo dai limiti umani per svaporare nella sfera dell'infinito e dell'indefinito ORA CI CHIAMIAMO SPAZIO la luce della rivelazione dell'Uno ci ha resi non più uomini della terra, ma componenti peculiari dell'incommensurabile infinità dello spazio Kyra
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lunedì 22 marzo 2010

Etica della vita ed etica sociale

Copio un articolo arrivatomi nel numero 79 della newsletter di Pro-Vita  che riprende un articolo di zenit. 

Lo copio perchè mi pare che per una volta si riesca a parlare di vita, di aborto, di eutanasia, senza arroccarsi su posizioni preconcette. La Cosentino analizza tutti i punti di vista e collega vita, pace, solidarietà, povertà. Il tutto partendo da documenti della Chiesa. Una visione globale del problema e delle possibili soluzioni. Un documento interessante

Etica della vita ed etica sociale: un binomio necessario e indissolubile

La Giornata per la vita, che si è celebrata in Italia la prima domenica di febbraio, per riaffermare - dopo l’approvazione della legge sull’aborto (L.194/’78) - il fondamentale valore della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, richiama, quest’anno, nel Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente, passaggi che, nel Magistero di Benedetto XVI, si sono chiariti sempre più, quali ad esempio, il legame tra l’etica della vita e l’etica sociale.
Tale intuizione, che risale a Paolo VI, con l’Enciclica Humanae vitae, ha preso corpo e si è arricchita di ulteriori riflessioni con l’Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II e con l’Enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in veritate; è stata poi riconfermata nel Messaggio per la Giornata della Pace del 1 gennaio 2010 e nel Discorso al Corpo Diplomatico dell’11 gennaio scorso.
Il Messaggio della Giornata per la vita tocca diversi temi, a volte appena accennati (punta di iceberg di interventi precedenti) che si possono coagulare attorno alle parole chiave vita (rispetto della persona, in ogni condizione, anche di fragilità), povertà (economica e valoriale), cura (solidarietà).
Le problematiche relative alla vita, per troppo tempo sono state declinate (a livello sociale, politico e pastorale) separatamente rispetto a quelle riconducibili alla pace, alla solidarietà, alla povertà e all’immigrazione. Eppure la Chiesa (Caritas in veritate, 15) propone con forza il collegamento tra etica della vita ed etica sociale perché “non può avere solide basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” (Evangelium vitae, 101)! .
Una persistente mentalità materialista, egoista e consumistica, concausa della crisi economica e valoriale, conduce anche ad una crisi ecologica quando l’uomo scorda di essere apice della Creazione, custode e non padrone del Creato. Non si può separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita.
La questione ecologica, diventa così, per diversi motivi, la nuova emergenza della questione antropologica. L’uomo non è un “problema” da eliminare (secondo alcune correnti culturali), ma una risorsa creativa per il futuro della società. La denatalità rappresenta la causa e non la conseguenza della crisi economica.
Tutti siamo chiamati ad uno stile di vita sobrio e solidale, a non confondere la ricchezza economica con la ricchezza di vita, anche perché l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica (Caritas in veritate, 44), che richiede di essere accompagnata dalla solidarietà verso quelle madri che, spaventate dai problemi economici, “possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza” .
Ogni tempo dell’uomo è un tempo di prova che ha caratteristiche sue proprie. “Nessuno si salva da solo”, affermava Charles Peguy. Ed è opportuno ricordarlo in questo periodo di crisi. In un momento storico caratterizzato dall’egoismo, l’autodeterminazione diventa il nuovo cavallo di Troia per far passare nuovi presunti “diritti” individuali (diritto all’aborto, all’eutanasia, al libero “orientamento” sessuale…) e il mito della “qualità della vita” si impone sulla “sacralità della vita”, a livello personale e sociale, trascinando il concepito “imperfetto” o non ricercato, il disabile, il malato grave, l’anziano non autosufficiente…L'attuale crisi economica, se da una parte rischia di oscurare il valore della vita umana, dall’altra può essere occasione di crescita perché può spingere a riscoprire la capacità di prendersi cura gli uni degli altri. Recuperare la consapevolezza del valore della vita può restituire forza al singolo e può generare la spinta necessaria a mobilitare le forze sociali per superare le difficoltà, e dimostrare nelle parole e nei fatti che c’è sempre un’alternativa.
Nessuno è padrone della vita, bene indisponibile da custodire e rispettare come un tesoro prezioso, dall’alba al tramonto. Denunciare quei meccanismi economici che producono disuguaglianza sociale e offendono la vita rappresenta un modo per vigilare e non rassegnarsi ad una diffusa cultura di morte; testimoniare la verità sulla persona (non riducibile alla materia, fine e mai mezzo) è un’alta forma di carità non solo perché risponde alle domande di senso, esigenza morale profonda di ogni uomo, ma anche perchè può produrre importanti e benefiche ricadute sul piano economico (Caritas in veritate, 45).
Diventa urgente, anche per prevenire le “nuove povertà” (non solo economiche), in una sinergia di alleanze educative e pastorali, riscoprire il senso della vita, che non risiede nella ricchezza economica, ma nella capacità di crescere, a Sua immagine e somiglianza, nella disponibilità al dono.

Angela Maria Cosentino
zenit.org
16/02/2010

giovedì 12 febbraio 2009

Caso Englaro: la politica

Conclusa tragicamente le vicenda di Eluana Englaro (non mi piace chiamarla solo per nome, presuppone una conoscenza e confidenza che non avevamo), diro' anch'io due parole. Non tanto sulla vicenda su cui mi e' ancora difficile pronunciarmi con chiarezza, ma sull'orrendo teatrino politico.
Apprezzo solo due posizioni: Ferrara che ha fatto della scelta pro vita il suo cavallo di battaglia e i radicali che sempre sono stati per la liberta' di decisione: divorzio, aborto, eutanasia. Posizioni condivisibili o meno, ma rispettabili e coerenti.

Trovo invece penose le posizioni di destra e sinistra.
La sinistra appiattita in modo ottuso su una posizione iper liberale (radicale appunto) pro-choice, senza alcun dubbio, senza alcuna perplessita'. Ma la liberta' di scelta non e' un valore tipicamente di sinistra, anzi mi pare per certi vesri lontano dalla sensibilta' di chi e' per i poveri, contro la guerra ecc. ecc.
Ancora peggio pero' la destra guerrafondaia, xenofoba, forcaiola e abortista che parla di diritto alla vita. Cota (lega nord) che tutti i giorni tuona contro gli immigrati parla di eutnasia, La Russsa anche....ma peggio di tutti e' sempre Berlusconi: con la stessa faccia e lo stesso tono che usa per parlare di toghe rosse, di cosituzione scritta da bolscevichi, parla di vita, di morte, di un padre che ha una figlia in SVP da 16 anni!!! ma che ne sa lui! parla di diritto alla vita! di eutanasia!! e' meglio quando si occupa dei fatti suoi, almeno sa di cosa parla

Comcludo ripetendo quanto dice Andrea de Pasquale:
Chiudo con un abbraccio a tutti e a ciascuno, tanto più sentito in questo momento, in cui i rapporti di stima intellettuale e di comprensione affettiva tra molti di noi sono duramente messi alla prova da una polarizzazione che dipinge chiunque onestamente e sinceramente su questi temi manifesta un punto di vista diverso come un nemico, un pervertito, un servo stupido (o peggio interessato) dell'ideologia dominante, sia essa quella relativista oppure oscurantista, radicale oppure clericale. Non credo sia così, non la vivo così, e ritengo di non essere il solo. Un saluto, e alla prossima.

martedì 16 dicembre 2008

L'uomo e la vita


Interessante l'Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede "Dignitas personae. Su alcune questioni di bioetica" anche se un po' teorica in alcuni punti, molto belle le conclusioni che riporto qui sotto.
L'insegnamento della Chiesa parte da considerazioni giuste ed importanti sulla dignità dell'uomo, sulla sacralità della vita, sull'essere dalla parte dei più deboli. In alcuni punti, ad esempio sulla famiglia, mi pare però si leghi troppo ad alcune considerazioni teoriche e scenda poco nello specifico, nella realtà di tutti i giorni. Certo l'istruzione vuole dare linee guida non affrontare tutti i singoli casi, ma alcune affermazioni risultano un po' secche e inammovibili quando invece tutto dovrebbe essere sempre riportato alle difficoltà della realtà.

Molto interessante anche l'intervento di Vittorio Possenti Vita, disporne liberamente che, con uno stile forse un po' complesso, analizza il concetto di vita indisponibile, di rapporto tra persona e tecnica e di accanimento terapeutico


CONCLUSIONE
L’insegnamento morale della Chiesa è stato talvolta accusato di contenere troppi divieti. In realtà esso è
fondato sul riconoscimento e sulla promozione di tutti i doni che il Creatore ha concesso all’uomo, come la
vita, la conoscenza, la libertà e l’amore. Un particolare apprezzamento meritano perciò non soltanto le attività conoscitive dell’uomo, ma anche quelle pratiche, come il lavoro e l’attività tecnologica. Con queste ultime,
infatti, l’uomo, partecipe del potere creatore di Dio, è chiamato a trasformare il creato, ordinandone le
molteplici risorse in favore della dignità e del benessere di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, e ad esserne
anche il custode del valore e dell’intrinseca bellezza.
Ma la storia dell’umanità è testimone di come l’uomo abbia abusato, e abusi ancora, del potere e delle
capacità che gli sono state affidate da Dio, dando luogo a diverse forme di ingiusta discriminazione e di
oppressione nei confronti dei più deboli e dei più indifesi. I quotidiani attentati contro la vita umana;
l’esistenza di grandi aree di povertà nelle quali gli uomini muoiono di fame e di malattia, esclusi dalle risorse
conoscitive e pratiche di cui invece dispongono in sovrabbondanza molti Paesi; uno sviluppo tecnologico ed
industriale che sta creando il concreto rischio di un crollo dell’ecosistema; l’uso delle ricerche scientifiche
nell’ambito della fisica, della chimica e della biologia per scopi bellici; le numerose guerre che ancor oggi
dividono popoli e culture, sono, purtroppo, soltanto alcuni segni eloquenti di come l’uomo possa fare un
cattivo uso delle sue capacità e diventare il peggior nemico di se stesso, perdendo la consapevolezza della sua alta e specifica vocazione di essere collaboratore dell’opera creatrice di Dio.
Parallelamente la storia dell’umanità manifesta un reale progresso nella comprensione e nel riconoscimento
del valore e della dignità di ogni persona, fondamento dei diritti e degli imperativi etici con cui si è cercato e
si cerca di costruire la società umana. Proprio in nome della promozione della dignità umana si è, perciò,
vietato ogni comportamento ed ogni stile di vita che risultava lesivo di tale dignità. Così, per esempio, i
divieti, giuridico-politici e non solo etici, nei confronti delle varie forme di razzismo e di schiavitù, delle
ingiuste discriminazioni ed emarginazioni delle donne, dei bambini, delle persone malate o con gravi
disabilità, sono testimonianza evidente del riconoscimento del valore inalienabile e dell’intrinseca dignità di
ogni essere umano e segno di un progresso autentico che percorre la storia dell’umanità. In altri termini, la
legittimità di ogni divieto si fonda sulla necessità di tutelare un autentico bene morale.
Se il progresso umano e sociale si è inizialmente caratterizzato soprattutto attraverso lo sviluppo
dell’industria e della produzione dei beni di consumo, oggi si qualifica per lo sviluppo dell’informatica, delle
ricerche nel campo della genetica, della medicina e delle biotecnologie applicate anche all’uomo, settori di
grande importanza per il futuro dell’umanità nei quali, però, si verificano anche evidenti e inaccettabili abusi.
«Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con
grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora,
quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover
dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri
del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani» [59].
In virtù della missione dottrinale e pastorale della Chiesa, la Congregazione per la Dottrina della Fede si è
sentita in dovere di riaffermare la dignità e i diritti fondamentali e inalienabili di ogni singolo essere umano,
anche negli stadi iniziali della sua esistenza, e di esplicitare le esigenze di tutela e di rispetto che il
riconoscimento di tale dignità a tutti richiede.
L’adempimento di questo dovere implica il coraggio di opporsi a tutte quelle pratiche che determinano una
grave e ingiusta discriminazione nei confronti degli esseri umani non ancora nati, che hanno la dignità di
persona, creati anch’essi ad immagine di Dio. Dietro ogni “no” rifulge, nella fatica del discernimento tra il
bene e il male, un grande “sì” al riconoscimento della dignità e del valore inalienabili di ogni singolo ed
irripetibile essere umano chiamato all’esistenza.
I fedeli si impegneranno con forza a promuovere una nuova cultura della vita, accogliendo i contenuti di
questa Istruzione con l'assenso religioso del loro spirito, sapendo che Dio offre sempre la grazia necessaria per osservare i suoi comandamenti e che in ogni essere umano, soprattutto nei più piccoli, si incontra Cristo stesso (cf. Mt 25, 40). Anche tutti gli uomini di buona volontà, in particolare i medici e i ricercatori aperti al confronto e desiderosi di raggiungere la verità, sapranno comprendere e condividere questi principi e
valutazioni, volti alla tutela della fragile condizione dell’essere umano nei suoi stadi iniziali di vita e alla
promozione di una civiltà più umana.

venerdì 21 novembre 2008

Capitan Uncino


Gian Piero Steccato, “Capitan Uncino” ha scritto una lettera aperta sul “Caso Eluana” all’On. Eugenia Maria Roccella, sottosegretario di Stato al lavoro, alla salute e alle politiche sociali.

Ho 59 anni e sono affetto da Locked-in Syndrome. Sono rimasto molto colpito dalla decisione di sospendere la nutrizione a Eluana Englaro. Mi sono venuti i brividi quando ho ascoltato la motivazione di questa presa di posizione. Eluana, in salute, aveva ripetutamente detto che avrebbe voluto vivere la sua vita a pieno, altrimenti avrebbe preferito morire. Ma è facile esprimersi così, a vent’anni si è nel pieno delle proprie forze e si crede di essere invincibili. Anch’io quando ero in salute ho ripetuto più volte questa frase, ma quando mi sono trovato “in trappola” e non riuscivo a comunicare, avrei voluto gridare “Fatemi vivere!”.Questo per dire come possono cambiare le cose; quante volte ho sentito genitori dire: “Se mio figlio beve o si droga lo butto fuori casa!”. Per fortuna le cose non vanno così, ci sono milioni di genitori che fanno di tutto per aiutare i figli in queste situazioni e vivono ancora nelle loro famiglie. Quante madri, mogli, famiglie vivono quotidianamente con le disabilità dei loro cari con sacrificio e tanto rispetto e amore? Direi che queste prese di posizione che tendono all’eutanasia non portano rispetto alle “carcasse umane” prodotte dalle gravi disabilità che non possono dire la loro, e a coloro che si prodigano con progetti ed attività (vedi “Casa dei Risvegli”) ad aiutare i pazienti e le loro famiglie. Mi sento anche di affermare che la società odierna, pronta a scoprire la luna o l’impossibile, è la società del “bello”, del “superfluo” e non dell’utile e del rispetto. Dico questo anche in merito alla trasmissione “Porta a Porta” del 13 novembre dove ho sentito le sue parole, onorevole Roccella, ed ho apprezzato e condiviso i suoi messaggi, ma di nuovo rabbrividendo alle affermazioni in trasmissione. Mi sono reso conto che per Eluana non c’è via di scampo. Lei ha avuto la colpa di dire venti anni fa “a gamba sana” (e senza testimoni o scritti), “se non vivo a pieno lasciatemi morire …”. Non credo neanche che il “Testamento biologico” possa essere una soluzione ottimale: che valore avrebbe decidere “ora per allora”? Quando si apre un testamento, prima che venga beneficiato il patrimonio, si guardano mille cavilli e poi si fanno le divisioni, trattandosi di soldi o beni tramutabili in euro. La vita dell’uomo vale meno: nessuna divisione, si sospende la nutrizione e il padre (che rispetto per il suo dolore), i gruppi fanatici, i giudici, non hanno dubbi. Questo mi spaventa e mi fa pensare: io che nella grande sfortuna chiedo di vivere, fino a quando riuscirò a farlo? Fino a che è viva mia moglie che mi vuole ancora bene e mi accudisce senza mai lamentarsi? Se si prova disprezzo nel vedere il filmato di un paziente in coma (in trasmissione hanno chiesto chiarimenti sul consenso della persona non in grado alla decisione) fin quando potrò uscire con la mia carrozzina e godermi il sole, i rumori e l’affetto degli amici e i buffetti dei passanti? Sono una persona cresciuta nell’onestà e nel rispetto delle persone e voglio poter uscire come tutti, non devo scontare nessuna pena e non mi vergogno della mia disabilità.
Carissima onorevole, mi rivolgo alla sua autorevole persona affinché possa aiutarmi a vivere, in questa società che predilige il “bello” e il “comodo” e che non rispetta i valori della vita. Vorrei che i casi come il mio venissero alla luce, che il popolo italiano accogliesse i disabili nella vita di tutti i giorni, in strada, a teatro, nelle feste, nella televisione, perché anche noi abbiamo bisogno di emozioni, della gente, della normalità.

venerdì 14 novembre 2008

Giustizia












Due notizie importanti oggi:
Eluana Englaro: la corte di cassazione ha respinto il ricorso alla sentenza che permette il distacco del sondino che la alimenta.
Scuola Diaz: condannati alcuni poliziotti, ma non i capi.

Sul primo caso ho gia' scritto e ripeto che mi e' difficile pronunciarmi. La Englaro e' in SVP, ma non attaccata ad una macchina, per vivere ha bisogno solo del sondino, di essere alimentata, pero' sono 16 anni che e' in questa condizione, quante speranze ci sono di una ripresa? nessuna.
E' eutanasia? e' accanimento terapeutico? e' una vita da salvaguardare?
Io sono sempre per la vita in ogni sua forma ed in ogni condizione, ma questa e' vita vegetale. Certo che interromperla volontariamente fa tremare, staccare il tubo e aspettare che muoia fa impressione, ma anche continuare questo calvario fa pensare.
La medicina ci ha posto difronte a situazioni estreme come questa (per fortuna poche) e non sappiamo che fare, la legge non c'e' e la cosa tocca problemi molto profondi difficili da risolvere e difficile conciliare le posizioni. Anche il testamento biologico mi pare uno strumento debole: si puo' decidere di non essere rianimati? di non essere curati?
Lo stato deve salvaguardare la liberta' della persona o alcuni principi fondanti?

Anche sulla polizia e alcuni abusi commessi da poliziotti ho gia' scritto.
In questo caso per quanti riguarda i capi mi rimetto alla sentenza dei giudici, anche se il non sapere e' certo una colpa meno grave ma comunque da punire. Io sono stato nell'esercito e mi hanno insegnato che se un soldato sbaglia la colpa va da lui fino al generale, in gradi diversi tutti i superiori sono colpevoli.
Per quanto riguarda i poliziotti invece mi paiono ridicole le pene comminate: dai 3 ai 5 anni.
Mi pare ci sia un buco legislativo
: sono accusati di violenza privata e falso ideologico, reati che prevedono queste pene. Ma un conto e' se io prendo un bastone picchio il mio vicino, un altro se un dipendente dello stato, armato e autorizzato ad esercitare violenza, si approfitta della sua posizione, degli strumenti di offesa che gli sono stati forniti e durante una manifestazione attacca in modo violento, eccessivo ed indiscriminato persone indifese.
In questo processo c'era poco da provare, sono evidenti a tutti le modalita' del blitz della polizia: 'macelleria messicana' e' stata definita da un funzionario di polizia.
Ma cio' che mi infastidisce davvero e' l'mpunita' con cui queste cose vengono fatte.
Nel nostro ordinamento giudiziario non sono previste le pene corporali, ma sono di fatto applicate, nelle manifestazioni, nelle carceri, nei commissariati, vengono accettate come un male necessario: allora introduciamole per legge almeno non sara' l'arbitrio di chi mi arresta ma una regola precisa. I violentatori in carcere vengono puniti dagli altri carcerati, lo sanno tutti e a tutti sta bene, se lo meritano.
Ma questo non e' uno stato di diritto!
Abbiamo visto tutti le immagini dei pestaggi in strada, del funzionario che strattona e prende a calci un ragazzino con lo zaino in spalla, abbiamo visto uscire dalla Diaz persone sanguinanti ancora nel sacco a pelo egli altri con le mani sulla testa come fossero dei terroristi, anche sul pullman in cui erano stati caricati dovevano tenere le mani sulla testa, chissa' avrebbero potuto picchiare qualcuno!!
83 feriti di cui 3 in prognosi riservata, ma questo deve fare la polizia?
Le forze dell'ordine sono autorizzate ad usare la violenza per frenare la folla scatenata, per bloccare chi delinque, ma sempre senza eccessi, devono impedire di commettere un reato, accanirsi sulle persone a terra non rientra in queste cose, picchiare persone nel sacco a pelo nemmeno. Potrei capire durante degli scontri di piazza qualche eccesso, anche se pure questi andrebbero puniti, ma all'interno di una scuola? senza alcuna resistenza! e se anche ci fosse stata, e' necessario picchiare fino al sangue, spezzare gambe e braccia? lo sfollagente serve per disperdere la folla, per riattaccare chi attacca con armi simili, per rendere inoffensivo un violento, non per renderlo in fin di vita!
Bisogna chiarire questi punti, non e' possibile andare avanti cosi', deve essere chiaro cosa puo' o non puo' fare un poliziotto e chi sbaglia deve pagare, come prima cosa deve essere espulso dalla polizia, possiamo tenere per strada persone che perdono la testa e massacrano degli innocenti, che non riescono a valutare le situazioni e il tipo di risposta da dare, che non hanno la capacita' di fermarsi???
Invece e' entrato nella normalita' il poliziotto violento, il carcere fisicamente punitivo, le percosse. E nessuno che dica: "chi ha sbagliato paghi chi e' innocente venga scagionato". No o si dice: "polizia fascista!" o "i poliziotti hanno fatto solo il loro dovere".
Penso ci voglia veramente una rifondazione della polizia, un ripensamento generale che coinvolga tutti e porti a decisioni serie e concrete

giovedì 31 luglio 2008

SVP (Stato Vegetativo Persistente)

Eluana Englaro: argomento difficile che sarebbe bene approfondire e meditare a lungo prima di esprimere posizioni dure ed inconciliabili. Penso pero', nel caso specifico, che siamo molto vicini all'accanimento terapeutico. Dopo 16 anni di stato vegetativo le speranze di risveglio sono nulle, l'alimentazine forzata, se puo' essere utile nei primi tempi o per una persona cosciente, dopo tanto tempo diviene un metodo artificiale per mantenere in uno stato vegetativo un essere umano. Difficile trovare un confine preciso fra la cura e l'accanimeto, fra la liberta' di scelta e l'inviolabilita' della vita. Per malattie terminali e' consentito (anche dalla chiesa) dare farmaci che alleviano il dolore anche in dosi che accelerano la morte, e' lecito sospendere le cure quando non portano benefici, in questo caso la nutrizione artificiale e' da considerarsi cura?

Allego questo interessante articolo che spiega molto bene la situazione di Eluana Englaro e lo stato vegetativo persistente

Lo stato vegetativo persistente:
un appello alla nostra responsabilità

di Carlo Alberto Defanti*

Nel bell'articolo che appare su questo numero della Rivista, Peter Singer riprende in esame il tema della morte cerebrale, che già in più occasioni1 ha trattato, sostenendo una posizione controcorrente rispetto a quella che predomina nel mondo medico (e bioetico). Egli argomenta magistralmente contro la teoria della morte cerebrale "totale" e al tempo stesso critica in modo efficace, anche se a parer mio non convincente, la teoria alternativa della "morte corticale", che chi scrive ha difeso già nel 1993, nel secondo numero di Bioetica2 e più recentemente in un libro.3
Sul piano pratico la conclusione che Singer trae dalla sua analisi è che non è opportuno ridefinire la morte e cambiare il concetto tradizionale.
Non per questo bisogna rinunciare ai grandi vantaggi che la pratica del trapianto d'organo ha arrecato e tuttora arreca ai malati. Bisogna invece rinunciare alla cosiddetta "dead donor rule" che consente il prelievo di organi solo dopo l’avvenuto accertamento di morte (fatta salva la possibilità di donazione volontaria fra viventi, in condizioni previste dalla legge) e al tempo stesso di rinunciare all'antica dottrina della "sacralità della vita". Vi sono cioè situazioni cliniche terminali in cui, pur essendo l'individuo ancora in vita, è consentito abbreviare il processo del morire se vi è per questo una buona ragione; una di queste buone ragioni è certamente il prelievo d'organo (prescindo qui dall'ulteriore questione circa il consenso espresso o non dal malato in vita).

In questo scritto non intendo replicare a Singer difendendo dalle sue critiche la teoria della morte corticale, che continuo a considerare la più adeguata all'attuale sviluppo delle conoscenze medico-scientifiche, anche se essa non è per ora introducibile nella pratica, data la difficoltà attuale di formulare (se non in tempi assai lunghi) la diagnosi di stato vegetativo permanente, cioè la diagnosi della situazione clinica alla quale il concetto di morte corticale si attaglia. Mi soffermo invece sulla sfida che i casi di stato vegetativo permanente, una volta solidamente accertati, pongono alla nostra responsabilità e lo faccio a partire da un caso concreto che seguo da quattro anni e che ha dato origine al caso giudiziario di cui si dà ampia menzione in questo numero.

Il caso E.E.

E.E., di sesso femminile, all’età di 20 anni fu vittima di un incidente stradale che comportò un gravissimo trauma cranio-cerebrale. Fu condotta presso un ospedale ove si rilevò radiologicamente una frattura del cranio e una frattura della colonna cervicale. Mediante la TAC vennero evidenziate raccolte di sangue in uno degli emisferi cerebrali e immagini di sofferenza nella regione talamica di ambo i lati. Clinicamente la paziente era in stato di coma con assenza quasi completa di riflessi, ma in grado di respirare spontaneamente, anche se non in modo sufficiente. I quattro arti erano paralizzati. La paziente venne sottoposta a intubazione tracheale e a ventilazione meccanica. Nei giorni successivi la situazione si aggravò ulteriormente in quanto il rigonfiamento degli emisferi cerebrali determinava la compressione del tronco encefalico e, come spesso accade in questi casi, la comparsa di un'emorragia nella parte più alta dello stesso (il mesencefalo). Superata questa fase, la paziente riprese gradualmente la capacità di respirare spontaneamente e, circa un mese dopo il trauma, cominciò a riaprire gli occhi, senza però mai riprendere contatto con l'ambiente e senza presentare alcun movimento spontaneo degli arti. Si configurò così il quadro clinico drammatico di uno stato vegetativo persistente che purtroppo si è mantenuto del tutto inalterato da allora.

Al momento della mia prima osservazione, sei anni dopo il fatto, appariva in buone condizioni generali. Manteneva gli occhi aperti durante buona parte della giornata, i globi oculari erano deviati ("deviazione sghemba") e la pupilla dell'occhio destro non reagiva alla luce. Le labbra, la mandibola e la lingua erano animate da una sorta di tremore ritmico. Gli arti erano immobili e spastici, con atteggiamento in equinismo di entrambi i piedi. Respirava spontaneamente, senza ausili meccanici. La nutrizione avveniva mediante un sondino naso-gastrico. Malgrado un'osservazione prolungata e stimolazioni di vario tipo, non si è mai riusciti a entrare in contatto con lei.
Durante la giornata e soprattutto durante la notte si osservavano momenti di sonno. Fra le indagini condotte durante la degenza, l'elettroencefalogramma prolungato per 20 ore confermava l'esistenza di un ritmo sonno-veglia.
L'attività elettrica registrata alla superficie del cranio (e proveniente dalla corteccia cerebrale) si dimostrava poco organizzata e non reagente ai diversi stimoli. La risonanza magnetica dell'encefalo dimostrava una diffusa alterazione della sostanza bianca dei due emisferi e un danno marcato del tronco cerebrale, ove si osservavano gli esiti dell'emorragia nel mesencefalo di cui ho parlato in precedenza. Lo studio dei potenziali evocati dimostrava un'assenza di risposta della corteccia cerebrale agli stimoli uditivi, un'assenza di risposta agli stimoli elettrici applicati sulle caviglie e una debole risposta corticale alla stimolazione elettrica del polso destro.

La diagnosi da me formulata era di stato vegetativo e la mia prognosi era negativa quanto al ricupero della coscienza; parlavo perciò, usando il termine proposto dalla "MultiSociety Task Force on Persistent Vegetative State", di stato vegetativo permanente (o, in altre parole, di stato vegetativo irreversibile). Purtroppo la previsione, del resto fin troppo facile, si è avverata ed E.E. si trova tuttora (nel febbraio 2000) nella stessa condizione clinica.

Che cos'è lo stato vegetativo persistente (SVP)

E' bene introdurre a questo punto una definizione di questo stato, tratta dal rapporto della Task Force4 testé citata. Si definisce stato vegetativo un quadro clinico caratterizzato da:

1. nessun indizio di consapevolezza di sé e dell'ambiente e di capacità di interagire con gli altri;
2. nessuna risposta comportamentale riproducibile, finalistica o volontaria a stimoli visivi, uditivi, tattili o dolorifici;
3. nessun indizio di comprensione del linguaggio altrui;
4. presenza di un ciclo intermittente di sonno-veglia;
5. conservazione sufficiente delle funzioni dell’ipotalamo e del tronco encefalico tale da permettere la sopravvivenza con semplici cure mediche e assistenza infermieristica;
6. incontinenza urinaria e fecale;
7. conservazione almeno parziale dei riflessi cranici.

Lo stato vegetativo può rappresentare una fase transitoria che a volte è seguita dalla ripresa della coscienza, ma talora esso si protrae. Si parla di stato vegetativo persistente quando esso dura oltre un mese. Lo stato vegetativo persistente differisce dallo stato di coma, con il quale viene spesso confuso dal pubblico, in quanto il malato è in grado di aprire gli occhi e conserva un'alternanza di sonno e veglia.
Quali lesioni cerebrali possono provocare lo stato vegetativo? Le lesioni possono variare da un caso all'altro, ma ciò che accomuna tutti questi malati è il fatto che essi conservano, in varia misura, le funzioni del tronco encefalico (responsabile sia delle funzioni vitali, come il respiro e la regolazione del circolo, sia dell'alternarsi di veglia e di sonno), mentre sono abolite le funzioni delle corteccia cerebrale (sia in seguito alla sua distruzione, sia a causa dell'isolamento delle vie nervose che la connettono ai centri sottostanti) e quindi è abolita la coscienza. L'individuo ha perso la vita cognitiva e mantiene quella vegetativa.

La diagnosi di stato vegetativo è relativamente semplice nelle mani di un neurologo esperto, ma richiede, a differenza di altre diagnosi, un'osservazione clinica attenta e prolungata per cogliere eventuali segni di contatto del paziente con il mondo esterno, segni che possono sfuggire a un'osservazione superficiale. La vera difficoltà che lo stato vegetativo solleva non è però la diagnosi, bensì la prognosi, vale a dire la previsione sulla sua reversibilità o meno. Dopo molte discussioni, la Task Force citata ha raggiunto un accordo su alcuni punti. Uno di essi è che prima di dichiarare permanente, cioè irreversibile, lo stato vegetativo di origine traumatica di un soggetto adulto (il caso di E.E.) è necessario attendere almeno 12 mesi. Trascorso tale lasso di tempo, la probabilità di una ripresa di funzioni superiori è insignificante.

Ancora sul caso

Il caso di E.E. corrisponde perfettamente ai criteri diagnostici su riferiti. Qual è il meccanismo attraverso cui il trauma l'ha condotta allo stato attuale? Con ogni verosimiglianza il trauma ha provocato, oltre all'emorragia nell'emisfero sinistro, che di per sé non giustificherebbe questo stato clinico, soprattutto un danno diffuso delle fibre nervose della sostanza bianca degli emisferi (si usa generalmente a questo proposito il termine inglese di diffuse axonal injury). Si può presumere che siano stati interrotti, per lo meno in gran parte, i collegamenti (sia in entrata che in uscita) fra la corteccia cerebrale e i centri nervosi sottostanti. E' come se la corteccia cerebrale, nella quale vengono elaborati i processi cognitivi, fosse isolata rispetto al mondo esterno, nel senso che non è in grado né di ricevere stimoli esterni né di comandare i muscoli del corpo. Il tronco cerebrale invece, pur essendo stato danneggiato dal trauma, non lo è stato completamente, come dimostra da un lato la ripresa della respirazione spontanea (il centro del respiro è situato nelle parti più basse del tronco, il bulbo e il ponte), dall'altro la ripresa di un’alternanza sonno-veglia, essa pure regolata dal tronco.

Alla luce di quanto ho detto, la diagnosi e la prognosi di E.E. sono oggi assolutamente certe: si tratta di uno stato vegetativo permanente, senza possibilità di ricupero delle funzioni cognitive. Al tempo stesso però la prognosi quoad vitam è favorevole: tale stato è stabile e, a meno di complicanze intercorrenti, il giovane e sano fisico di E.E. – se accudito con cura, come sta avvenendo – può sopravvivere per decenni.

Il problema morale e giuridico

Ma di che sopravvivenza si tratta? In base alle nostre conoscenze, E.E. non è consapevole di vivere, non ha sensazioni di alcun tipo, ciò che sopravvive è unicamente il suo corpo, le cui funzioni viscerali si svolgono normalmente.
Il tubo digerente assimila il cibo che però deve venire introdotto nello stomaco attraverso un sondino flessibile inserito nel naso; le feci debbono essere estratte mediante periodici clisteri; il rene elimina le scorie producendo l'urina che fuoriesce continuamente dalla vescica attraverso un catetere; la respirazione e la circolazione proseguono invece regolarmente e senza ausili esterni. Il suo aspetto è quello di una giovane donna ben nutrita e accudita i cui arti giacciono rigidi e immobili; solo il viso presenta alcuni movimenti automatici e riflessi, ma nessuna espressione umanamente significativa. In nessun modo si riesce a entrare in contatto con lei.

Malgrado tutto ciò che sappiamo ci autorizzi a dire che E.E. non soffre direttamente per il suo stato, è certo che la sua condizione rientra fra quelle che oggi il senso comune ritiene "prive di dignità": di lei rimane un corpo privo della capacità di provare qualsiasi esperienza, con un sondino inserito nel naso e un catetere nella vescica, totalmente dipendente dalle cure che gli vengono fornite dal personale di assistenza. La sua condizione è penosa per coloro che la assistono e che hanno ormai perduto da tempo la speranza di un risveglio e ancor più per i suoi genitori, che hanno perso una figlia ma non possono elaborarne compiutamente il lutto.

La più autorevole società scientifica neurologica americana, l’American Academy of Neurology, ha affrontato già nel 1995 il grave problema etico del da farsi in queste situazioni e ha sostenuto la moralità e la legittimità della sospensione della nutrizione e dell’idratazione artificiale – considerate come vere e proprie misure terapeutiche e non semplici misure di assistenza – qualora il paziente, prima di cadere in questo stato, abbia espresso un'opzione favorevole a questa sospensione.
E' tuttavia ovvio che nella maggior parte dei casi il soggetto non aveva manifestato in passato alcuna opzione di questo tipo, un fatto che vale tanto più in un paese come il nostro, in cui non vi è per ora nessun riconoscimento giuridico delle "direttive anticipate".
Nell’ultimo decennio si è accumulata inoltre una cospicua giurisprudenza, soprattutto americana ma anche europea (si veda per esempio il caso Bland6 in Gran Bretagna), favorevole alla sospensione delle misure di sostegno vitale anche nei casi in cui manchino direttive anticipate e in cui detta sospensione sia richiesta dai legali rappresentanti dell’individuo.

Sulla base di questi pronunciamenti il padre di E.E., suo rappresentante legale, ha chiesto ai medici curanti la sospensione della nutrizione e dell’idratazione, ottenendone un rifiuto. A seguito di ciò si è appellato alla magistratura: il tribunale di prima istanza (la pretura della città di Lecco) ha respinto il ricorso, assimilando questa sospensione a un atto di eutanasia e richiamandosi al diritto inviolabile alla vita e alla sua indisponibilità anche da parte del suo titolare.
In seconda istanza il padre si è rivolto alla Corte di appello di Milano, che, dopo aver analizzato abbastanza ampiamente il caso, ha raggiunto anch’essa una decisione negativa sul ricorso. Come riporta la motivazione della sentenza (pubblicata nel fascicolo) la Corte reputa che il dibattito svoltosi in ambito internazionale sul punto cruciale della questione, se cioè la nutrizione e l’idratazione artificiale siano mezzi di terapia – che come tali possono essere sospesi quando la situazione clinica è tale che il loro impiego non dà più alcun beneficio al malato – o siano invece ordinarie misure di assistenza che debbono essere comunque mantenute, quale che sia la condizione dell’individuo, non è giunto per ora a nessuna conclusione condivisa e, quindi, che si deve attendere un più ampio consenso.

Una delle posizioni espresse nel dibattito su cui la Corte di appello si sofferma in modo particolare è il documento elaborato nel 1992 dal Gruppo di Studio "Bioetica e Neurologia",7 del quale chi scrive era allora coordinatore. In quel documento, in effetti, veniva criticato il punto di vista dell’American Academy of Neurology secondo il quale la nutrizione e l’idratazione artificiali possono essere considerate terapie mediche al pari, per esempio, della somministrazione di antibiotici e delle trasfusioni.
Tale equiparazione, a giudizio del Gruppo di studio, è problematica per due ragioni: da un lato a giudizio di molti studiosi la nutrizione e l’idratazione sono sempre doverose in quanto, mentre le terapie mirano a curare i processi morbosi, la nutrizione e l’idratazione sono semplicemente finalizzate a mantenere in vita l’organismo; dall’altro merita di essere sottolineato che, sia pure raramente, nei soggetti in stato vegetativo il riflesso della deglutizione può essere conservato, ciò che rende possibile – anche se laboriosa – la nutrizione per via naturale (cioè imboccando pazientemente l’individuo).

Ora, se due soggetti in stato vegetativo permanente differiscono solo per la conservazione del riflesso di deglutizione, in uno dei due a parità di tutte le altre condizioni, non sembra giustificabile l’adozione di comportamenti diversi nei loro riguardi: non sembra cioè che il semplice mantenimento di un riflesso della vita vegetativa costituisca una differenza morale rilevante. Lo stesso Gruppo di Studio, dopo aver esposto questi argomenti, sosteneva a maggioranza che in realtà ciò che giustifica la sospensione della nutrizione e l’idratazione in questi casi non è il fatto che si tratta di terapie piuttosto che di mezzi ordinari di assistenza, bensì la considerazione che, dal punto di vista morale, gli individui in stato vegetativo permanente si possono considerare morti. Ha sostenuto cioè la concezione della morte corticale, quella concezione che, come ho detto più sopra, Singer critica nel suo articolo.
Anche Singer tuttavia, come ho detto, afferma la legittimità morale di sospendere le misure di sostegno vitale in questi individui. In altre parole, il disaccordo teorico non si traduce in un disaccordo sulle decisioni da assumere nei loro riguardi. Sia che essi siano da considerare deceduti, sia che debbano essere visti come esseri viventi permanentemente privi di attività cognitiva, Singer e il Gruppo di studio italiano concordano nel ritenere moralmente lecita la sospensione dei mezzi di sostegno vitale.

Una discussione interessante sulla questione se la nutrizione e l’idratazione siano da considerare "terapie mediche" o "cure ordinarie" si è svolta di recente sulla rivista Ethics & Medics, cioè sulla rivista della Conferenza episcopale dei vescovi cattolici americani.8 Da un lato il domenicano K. O’Rourke si è espresso a favore della sospensione della nutrizione e dell’idratazione artificiale, dall’altro le sue tesi sono state vivacemente criticate dal bioeticista W.E. May e dall'editor della rivista, E. Diamond. L'argomento principale di O’Rourke si basa sulla classica distinzione teologica fra "mezzi ordinari" (sempre doverosi) e "straordinari" (non obbligatori) avanzata della scuola di Salamanca.
Tale distinzione, così come il teologo la interpreta, afferma che sono "straordinari" (e dunque non obbligatori) i mezzi che impongono carichi gravosi al malato stesso o agli altri e risultano inefficaci rispetto al raggiungimento del suo scopo di vita (scopo che, nella sua prospettiva, è essenzialmente di ordine spirituale, cioè la conoscenza e l’amore di Dio). La nutrizione e l’idratazione artificiale certamente ottengono lo scopo di prolungare la vita del malato, ma non quello di aiutarlo a perseguire il suo scopo fondamentale di vita in quanto il soggetto in stato vegetativo è privo di capacità cognitive e affettive e pertanto incapace di vita spirituale.
Al contrario May sostiene che la nutrizione e l’idratazione artificiale sono mezzi ordinari (e dunque moralmente doverosi) in quanto non sono di aggravio al paziente stesso (proprio in quanto privo di consapevolezza). Circa la loro inefficacia rispetto al raggiungimento del fine spirituale della vita, essa non è – a suo parere – rilevante ai fini della distinzione.

Il nodo fondamentale del disaccordo tra O’Rourke e May sta nella convinzione del primo che la vita fisica umana non è un bene intrinseco, bensì soltanto un bene estrinseco, cioè un bene strumentale al raggiungimento di scopi superiori (spirituali), mentre il secondo pensa al contrario che la vita fisica sia un bene intrinseco della persona e che anche un individuo in stato vegetativo, ancorché privo di vita cognitiva, conserva il suo carattere e la sua dignità di persona.
L'editor della rivista, Diamond, concorda con la posizione di May e inoltre avanza pesanti dubbi sulla certezza della diagnosi di stato vegetativo permanente. Egli cita casi anche recenti di individui che avrebbero ripreso coscienza dopo tempi molto più lunghi di quelli indicati dalla MultiSociety Task Force. In base a questo argomento (l’argomento dell’incertezza o delle eccezioni) un’influente scuola di pensiero cattolica afferma che bisogna sempre seguire l’azione più sicura (tutior) e pertanto proseguire in ogni caso il sostegno alla vita fisica del malato.
Occorre osservare a questo proposito che l’argomento tuzioristico, se applicato coerentemente, renderebbe quasi impossibile assumere decisioni in medicina. Non esistono in medicina verità assolute e ogni evidenza ha solo carattere probabilistico.
La probabilità che un individuo diagnosticato in stato vegetativo permanente secondo le indicazioni della Task Force si risvegli, anche se non facilmente calcolabile, è comunque estremamente piccola. In altre parole, il grado di certezza è almeno pari a quello di molte altre situazioni in cui assumiamo decisioni senza esitare. Non parliamo poi di un caso come quello di E.E., che giace nel suo letto da otto anni e su cui nessuno può avanzare dubbi ragionevoli circa un "miracoloso" risveglio.

Nella motivazione della sentenza della Corte di appello di Milano le principali posizioni espresse nell’arena internazionale sono prese brevemente in esame, purtroppo non sempre in modo chiaro e talvolta con notevoli confusioni concettuali. Tale sentenza, comunque, rappresenta una risposta assai più alta rispetto a quella del tribunale di prima istanza e – tra l’altro – avalla completamente la tesi del ricorrente secondo cui il legale rappresentante di un malato incapace ha il potere di assumere decisioni in sua vece. Questa posizione rappresenta – credo – uno dei primi passi nella direzione di una nuova giurisprudenza in questo campo: non v’è dubbio infatti che il meccanismo giuridico dell’interdizione e della nomina del tutore sono stati pensati e fin qui utilizzati soprattutto per risolvere problemi di natura patrimoniale, mentre ora vengono estesi anche a quello concernente la vita biologica.

Purtroppo, a differenza di quanto è avvenuto in altri paesi, in Italia un dibattito su questa tematica tarda ad avviarsi, anche perché a essa viene collegato, a dir vero impropriamente, il tema dell’eutanasia, che tende a essere vissuta ancora come un tabù. La pubblicazione della sentenza e dei suoi allegati su questo numero della Rivista è finalizzata proprio all’apertura di una larga discussione pubblica.
Non si tratta di una mera discussione teorica. Il caso E.E. è ben reale, così come la sofferenza della sua famiglia, e sollecitano tutti ad assumerci le nostre responsabilità. Lasceremo la giovane E.E. ancora per anni "intrappolata" – anche se inconsapevole – nelle maglie del nostro sistema sanitario o saremo capaci di aiutarla a trovare una morte dignitosa?